Un oceano di plastica

 

Spunti per una vita ecologista

Plastica: amica o nemica?

La storia della plastica ha origini risalenti alla seconda metà del 19° secolo e, in poco tempo, il suo utilizzo esplose e si diffuse in tutti i settori industriali, soprattutto quello della produzione di beni di largo consumo. Una crescita costante, favorita dall’aumento dell’estrazione di idrocarburi, dall’innovazione tecnologica e dalla conseguente riduzione dei costi di trasformazione, che la resero molto economica e quindi accessibile a tutti.

Nel 1965 furono realizzate le prime buste di plastica per la spesa, nel 1969 si ebbero i primi ritrovamenti di frammenti plastici nello stomaco degli uccelli marini e nel 1997 fu scoperta la I^ Great Pacific Garbage Patch (isola di plastica) che ha raggiunto un’estensione pari a quella del Canada. Ad oggi questi mega vortici sono diventati 5: 2 nell’oceano Pacifico, 2 in quello Atlantico ed 1 nell’oceano indiano. Non mancano ritrovamenti ai Poli e un caso a sé, molto critico, è rappresentato dal Mar Mediterraneo.

L’errore principale fu quello di vederne i soli lati positivi: resistenza, leggerezza ed economicità. Non si fecero invece considerazioni sulla sua sostenibilità e soprattutto si commise l’errore di considerarla un materiale inerte, che non avrebbe influito sugli ecosistemi. Il paradosso è che la plastica sta creando problemi proprio a causa di quelle caratteristiche che l’hanno resa vincente.

La produzione annuale di plastica dagli iniziali 0,5 milioni tonn/anno è passata ad oltre 400 milioni tonn/anno e di questi 8-10 milioni tonn/anno finiscono in mare (come se 1 tir di plastica venisse scaricato in mare ogni minuto), sospinti dal vento o trascinati dagli scarichi urbani e dai fiumi. Il resto deriva da attività marine quali la pesca, l’allevamento di mitili, ma anche da navi mercantili e dalle imbarcazioni da diporto.

Il 90% di questi rifiuti affonda, il 5% galleggia e un altro 5% resta nella colonna d’acqua.

Il problema però ha molteplici sfaccettature: non è infatti determinato solo dalle macroplastiche – bottiglie, imballaggi, reti da pesca e per la coltivazione di mitili, sacchetti, mozziconi di sigarette – che siamo tutti, purtroppo, abituati ormai a vedere ovunque, ma da uno ancora più insidioso: quello della microplastiche. Queste derivano dalla frammentazione delle prime ad opera degli agenti atmosferici, dei raggi UV, dell’azione del mare ed infine, scoperta recentissima, anche dall’azione di alcuni microrganismi marini. Questi frammenti, ingeriti dagli animali e dagli uccelli marini, non solo ne determinano la morte per cause fisiche dirette (soffocamento o senso di sazietà, quindi morte per inedia) ma, assorbendo e veicolando i contaminanti ambientali, determinano anche intossicazioni. E noi non ne siamo immuni, perchè, entrando a far parte della catena alimentare, sono ormai giunte fino alle nostre tavole. Un recente studio ha rilevato microplastiche nelle feci di cittadini europei (vai allo studio per saperne di più).

Ci sono poi le nanoplastiche, ovvero frammenti ancora più piccoli, che potrebbero creare problemi ancora maggiori perché in grado di entrare nelle cellule ed alterare i meccanismi biologici, per esempio influendo sui processi riproduttivi, effetto che, su una popolazione ittica già decimata dalla pesca eccessiva e dall’inquinamento, avrebbe conseguenze disastrose. Tra queste rientrano anche i residui dei materiali tessili sintetici: una sola lavatrice produce fino a 700.000 microfibre che, oltrepassando il filtro della lavatrice e dei depuratori (quando esistono visto che 1/4 degli italiani non ha depuratori), finisce direttamente nell’ambiente.

Da uno studio del CENSIS l’Italia è il Paese europeo con il più elevato consumo pro-capite di acqua in bottiglia di plastica (ne produciamo 8 miliardi, di cui solo 1/3 è riciclato e 16 miliardi di bicchieri di caffè l’anno) e, su scala globale, siamo secondi solo al Messico.

Non si può più stare a guardare ed è necessario agire subito perché se non si corre ai ripari, nel 2050 negli oceani ci sarà più plastica che pesci.

Qualche immagine su cui riflettere

Un interessante video National Geographic

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